Opinioni eretiche sul Lavoro

Eretico

Qualche considerazione ‘eretica’ sul Lavoro, riflessioni che a mio avviso difficilmente si possono leggere altrove in quanto antipatiche.

Automazione, digitalizzazione, tecnologia stanno modificando rapidamente lo scenario economico (e quindi del lavoro) aumentando esponenzialmente l’efficienza produttiva, almeno a livello potenziale. Tutto questo dovrebbe cancellare molti posti di lavoro (generici o di basso profilo) a favore di pochi posti qualificati e di alta specializzazione, e aprire lo spazio di nuovi lavori che rispondono a nuovi bisogni e desideri della società.

In realtà sta accadendo, come si osserva nei paesi sviluppati negli ultimi anni (ma anche negli ultimi decenni), qualcosa di anomalo. I posti di lavoro rimangono stabili o addirittura crescono, mentre i settori che rispondono a nuovi bisogni (e in particolare penso ai contesti sociali, ambientali, artistici, umanistici, di coesione sociale) crescono con lentezza.

Quello che accade è che proliferano, si diffondono e crescono i lavori inutili o a ‘basso tasso di senso’ per la collettività, che in realtà sono solo forme mascherate di rendita di posizione o redistribuzione (iniqua) della ricchezza. A tal proposito suggerisco la lettura di Bullshit Jobs di David Graeber, illuminante quanto sfrontato.

L’esempio cardine è la burocrazia: la creazione ad arte di procedure complesse che servono solo a giustificare chi ci lavora. Tutto questo pervade in modo massiccio le pubbliche amministrazioni, ma anche le imprese private a partire dalle più grandi, dove è più semplice generare ad arte sacche di inefficienza; per poi declinare in caste, gruppi di potere e di appartenenza, ordini professionali ecc…

La società non appare guidata da un’intelligenza collettiva che opera per il bene comune ma da tante piccole intelligenze singole, che fanno ciascuna il proprio piccolo interesse e alla fine ci rimettono tutti in modo consistente.

E quindi prolifera l’idea che il lavoro sia un diritto, qualcosa che debba piovere dall’alto senza porsi la questione se esso abbia un senso. Il Lavoro è innanzitutto ‘ciò che c’è da fare‘, quindi un concetto elementare, intrinsecamente connaturato alla natura umana, fatta di bisogni e desideri individuali e collettivi. Dimenticandoci che si lavora per uno scopo, preferiamo l’esistenza di milioni di posti di lavoro burocratici e inutili a milioni di posti di lavoro dediti a risolvere i problemi del cambiamento climatico, la gestione dei rifiuti, la tutela dei più deboli, l’eliminazione della povertà, la creazione di bellezza attraverso l’arte, la poesia ecc… Per questo alcuni di noi hanno tanti soldi ma poco valore, e siamo quasi immobili di fronte alle grandi sfide che ci attendono. Senza dimenticare che vivere seguendo un senso, ci fa anche bene e aiuta, forse, ad essere felici.

Matteo Plevano

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