Misurare o alimentare il fuoco?

fuoco

Ci hanno insegnato che ogni cosa per esistere va misurata.

La dimensione, il peso, la forma (appunto) ne determina l’esistenza. E allora schiere di ragionieri e tecnici contabilizzano e dimensionano l’esistente.

Fino a misurare la forma dell’umano e della sua volontà.

Certo, si può fare, ma serve?

O non è forse il caso di concentrarsi sulla sostanza, ossia il contenuto? Nella lettura del mondo economico, del lavoro e dell’impresa siamo concentrati a misurare la forma, quasi mai ad accenderne la sostanza. E allora non parliamo (quasi) mai di ispirazione, di volontà nel perseguire un fine e dei modi per accendere e alimentare il ‘fuoco’. Lo misuriamo e tentiamo di illuderci di controllarne il comportamento, senza badare alla sua alimentazione.

Il fuoco ci rende felici, non il valore in Joule che esprime. Il fuoco genera un impatto, non la sua rappresentazione contabile.

Non dobbiamo misurare forme, è tempo sprecato, dobbiamo accendere sostanze.

Nuovo E-Book di Matteo Plevano

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Oggi pubblichiamo il nuovo E-Book di Matteo Plevano, “appunti – sul lavoro, sull’umano; di futuro e di sostenibilità”, una raccolta di articoli, pensieri e riflessioni sviluppati negli  ultimi 5 anni.

I temi sono quelli che stanno a cuore all’autore: un’indagine essenziale ma profonda sull’animo umano per provare a declinarne le sfumature nel lavoro e nell’organizzazione sociale, in una visione di futuro che pone la sostenibilità al centro del modello.

Il libro è scaricabile gratuitamente qui:

appunti – sul lavoro, sull’umano; di futuro e di sostenibilità

Parliamo di intelligenza

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L’orientamento che a noi piace poggia su un assunto: l’intelligenza non è lineare ma è qualcosa di multiforme.

Già il grande psicologo Howard Gardner aveva aperto la strada alle intelligenze multiple; non solo saper fare di conto (intelligenza logico numerica), saper comunicare e scrivere (intelligenza linguistica) ma una galassia di altre forme, da quella musicale a quella naturalistica, da quella interpersonale a quella filosofico-spirituale. E già molti passi avanti sono fatti.

Ancora oggi, però, nelle scuole è diffuso l’uso di test che misurano il quoziente di intelligenza (specie per i disturbi specifici dell’apprendimento), come se un numero potesse identificare quel mondo di complessità che è la nostra mente.

Tutto sbagliato!

L’intelligenza è caleidoscopica, dotata di forme, colori e sfumature uniche e differenti. E in più ognuna di queste forme può essere coltivata (e quindi potenziarsi) o abbandonata (e quindi dissiparsi). Ciò che determina l’evoluzione dell’intelligenza, e quindi del nostro potenziale, è l’ambiente: gli stimoli che abbiamo, le persone che incontriamo, ciò che svolgiamo quotidianamente. Tutto concorre a esprimere il nostro potenziale, spesso sorprendendoci superando noi stessi, o ad annichilirlo, gettandolo alle ortiche.

In questo senso si può ben capire quanto sia importante un orientamento fatto bene, in modo da aiutare chiunque a conoscere maggiormente se stesso e a cercare quei contesti potenzianti, che consentano una piena realizzazione di sé.

Quando accettiamo un lavoro nuovo, oltre a stipendio, tipo di azienda, mansioni, contesto lavorativo ecc… dovremmo anche chiederci quanto del nostro potenziale riusciamo a coltivare e quanto viene annullato. Questa domanda è spesso implicita, ed è l’inconscio che ci dice che qualcosa non va. Quante volte è capitato che un lavoro è sulla carta perfetto ma nei fatti vorremmo scappare?

Non coltivare il proprio talento è un enorme danno per sé e per la collettività, in quanto una persona scontenta del proprio lavoro, che non utilizza le proprie migliori qualità, produrrà inevitabilmente mediocrità e quindi poco valore per gli altri.

Reddito universale. Sì, purché liberi energie

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Reddito universale? A nostro avviso è necessario, indipendentemente dalla attuale crisi sanitaria.

E’ necessario perché è la forma più semplice ed efficace di redistribuzione della ricchezza verso le fasce più deboli; è necessario perché è psicologicamente fondamentale per avere la percezione di non essere abbandonati mai dalla collettività, anche qualora le cose dovessero andare male.

Ma da solo non è pensabile.

Deve necessariamente andare di pari passo con altre modifiche strutturali del nostro sistema: creare le condizioni per liberare le energie umane, che si traducono in creatività, lavoro, impresa, generatività, passione per ciò che si fa, entusiasmo, sfida, gioia di vivere. Modifiche a nostro avviso dure ma necessarie:

  • Eliminazione della burocrazia e dei relativi posti di lavoro (sono attività inutili, create ad arte solo per giustificare la propria esistenza)
  • Massima libertà di assumere e licenziare (lavoratori e imprese si ‘attirano’ per affinità di valori e visione; in caso contrario è meglio non perseverare in collaborazioni improduttive)
  • Massima semplicità nell’avviare una attività (eliminazione di vincoli , requisiti, limitazioni di ogni sorta che rallentano la libera espressione umana)
  • Centralità dell’orientamento (solo aiutando le persone a trovare la propria strada è possibile attivare energie), scolastico, universitario, professionale
  • Tassazione su ciò che è fermo, improduttivo (patrimoni), tassazione sui consumi ambientalmente e socialmente dannosi; detassazione sul lavoro e l’impresa

Quali i possibili effetti?

  • Enorme aumento di produttività e qualità del lavoro, quindi ricchezza (un sistema dinamico, basato sulla passione delle persone è a nostro avviso più produttivo)
  • Maggior benessere delle persone (svolgere un lavoro che si ama, con passione, è uno degli strumenti migliori per il benessere psicologico e fisico, oltre ad essere uno strumento di realizzazione di sé)
  • Riduzione dei reati e delle mafie (c’è meno ‘bisogno’ di delinquere)
  • Riduzione del numero di pensionati (le persone che svolgono un lavoro che amano sono meno propense ad andare in pensione)
  • Esplosione di creatività e ricchezza sociale (tutti i lavori che rientrano con difficoltà nelle dinamiche di mercato, ma che hanno un grande valore civico e sociale, possono comunque essere svolti grazie al reddito universale: artisti, musicisti, psicologi, filosofi, scrittori, intellettuali ecc…)

Il bisogno di sicurezza e stabilità si sposta dal concetto di ‘posto fisso’ al concetto di ‘reddito di base fisso’; in cambio possiamo avere un enorme aumento di soddisfacimento dei nostri bisogni di espressione, creatività, autorealizzazione, libertà.

Cosa aspettiamo?

L’1%

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In questi anni abbiamo incontrato circa 10.000 studenti, con l’obiettivo di ispirarli alla sostenibilità, ascoltarli nella difficoltà di una scelta e capire quale potesse essere il proprio posto nel mondo.

Gli abbiamo parlato di futuro, di sostenibilità, di impresa socialmente responsabile, di realizzazione di sogni, di confronto con il mondo, di lavoro come gioia e realizzazione, di fatica come sana espressione nel costruire la società che desiderano. Li abbiamo poi aiutati a capire quale potesse essere la propria strada, verso un percorso di studi e di lavoro sostenibile e socialmente responsabile.

Bene.

Se anche solo nell’1% di questi studenti abbiamo acceso una scintilla, abbiamo smosso qualcosa di interiore ma potente, avremo raggiunto il nostro scopo. 100 ragazzi che diventeranno persone appassionate, che contribuiranno a costruire la società del futuro e a loro volta ispireranno altre persone. Perché lo slancio vitale nel fare è contagioso! Questi ragazzi diverranno forse degli innovatori, degli imprenditori responsabili, degli artisti, degli inventori, dei politici illuminati, dei tecnici ispirati, dei sognatori, dei filosofi.

E se ognuno di loro porterà testimonianza ad altre 10, 100, 1000 persone, saremo forse allora in 100.000 a costruire la civitas del futuro. E a generare un valore incalcolabile.

La nostra formula è semplice, si basa su tre elementi primari ma detonanti: informare, ispirare e soprattutto ascoltare. Per mettere a terra la potenzialità, per indirizzare verso i terreni fertili dove coltivare i propri talenti.

Basta poco.. O no? 🙂

#ProgettoGreenJobs con Fondazione Cariplo, JA Italia, Città dei Mestieri di Milano

 

Rumore

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Già Seneca se ne lamentava: “ma ecco che da ogni parte risuonano intorno a me frastuoni di vario genere: del resto abito proprio sopra le terme…”.

Parliamo del rumore.

Non riesco a pensare a cosa più dannosa del rumore, ciò che con frastuono rimbomba, devia, distrae; un elemento superfluo che con il suo ingombro danneggia e copre. In poche parole, rovina tutto.

Per riflettere sul concetto di rumore è bene partire dal suo opposto, l’armonia: essa è una sintesi perfetta, pulita e lineare che ci arricchisce. L’armonia trova la sua forma in un processo di sottrazione. Il superfluo viene rimosso, resta l’essenza e la sua meraviglia.

Qualche esempio di rumore? Nel lavoro quotidiano a chi non è capitato di trovare qualcuno che con inutili considerazioni non fa altro che farci perdere tempo? O tempo sprecato in riunioni inutili necessarie solo a controllare chi controlla il controllore?
O nello sviluppo del pensiero: arriva qualcuno che con argomentazioni inconsistenti e superate (ma più potere) riesce comunque a far bloccare l’evoluzione della ragione per tornare irrimediabilmente indietro. Vedi ad esempio le teorie eliocentriche e un primo metodo scientifico, già conosciute dagli antichi greci, messe in un cassetto per 1500 anni circa. E questo accade ancora oggi nella ricerca, soprattutto quando è in mano a soggetti mossi dalla smania di potere e non da sete di conoscenza.

Possiamo quindi considerare il rumore come il principale ostacolo al raggiungimento del bene comune. Supera anche il maligno che è in noi, come spiega bene la celebre Teoria di Cipolla: gli stupidi (che creano rumore) sono più dannosi dei banditi.

Ma analizziamo più nel dettaglio chi crea il rumore. Innanzitutto dobbiamo distinguere due tipologie: i volontari e gli involontari creatori di rumore. I secondi sono gli stupidi, coloro che inconsapevolmente e in buona fede creano interferenza, impaccio e sovrastano con il proprio vociferare ciò che può avere valore. A questa categoria apparteniamo tutti noi, chi più e chi meno.. Nessuno è esente dall’avere degli impeti di stupidità, in questo o quel campo d’azione. Talvolta persone illuminate e geniali nel proprio settore sono dei perfetti imbecilli in altri ambiti.
Ma purtroppo i peggiori sono i creatori volontari di rumore: in questa categoria possiamo annoverare i meschini, i bifolchi, i miseri; in una parola i burocrati. Questi esseri agiscono per avere un proprio piccolo tornaconto, spesso miserabile, e usano il rumore per impedire che qualcosa di luminoso prenda forma. Se vogliamo li possiamo definire i professionisti del rumore, abilissimi a complicare per sfruttare a proprio piacimento situazioni ingestibili.
Nel caos gli elementi di valore si disperdono come diamanti in mezzo alla sabbia. Eppure è essenziale che tali elementi siano pochi, ben visibili, chiari affinché possano essere utilizzati e messi in relazione tra loro per generare nuovo pensiero, nuove soluzioni, nuovo valore.

Per trovare metodi di eliminazione del rumore ci abbiamo messo millenni. Uno dei principali modi che mi viene in mente è il metodo scientifico, e prima ancora discipline quali la matematica, la fisica (le cosiddette scienze esatte). Poi le rivoluzioni industriali e la tecnica, qualcosa che non è opinabile ma che è misurabile. Poi la democrazia, in cui tutti votano e ognuno ha stesso potere, lasciando il rumore (e tanto) nelle sedi parlamentari e di governo.

Ma oggi abbiamo a mio avviso lo strumento più potente di tutti per ridurre il rumore e galoppare veloci verso nuovi lidi: l’intelligenza artificiale. In linea teorica è uno strumento perfetto per eliminare il rumore e prendere le decisioni in modo lineare ed estrarre da infinite complessità elementi semplici e giusti.

Rimane però la questione della programmazione della macchina, chi e come ne determina le basi. E allora ritorniamo a basi profondamente umane, in cui è necessario che trionfino l’intelligenza, i valori e l’umanità, per l’appunto, sulla stupidità e la cattiveria, che restano ahimè sempre in agguato.

Matteo Plevano

Perché a Green Jobs Hub Morimondo vogliamo volare alto?

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Innanzitutto perché è necessario. Per evolvere non ci si può accontentare della mediocrità o dello status quo, bisogna osare e tenere lo sguardo al cielo.

In secondo luogo perché l’Italia è la culla dell’Economia Civile, nata dal pensiero illuminista del ‘700 e che trova le proprie radici nell’umanesimo rinascimentale e in secoli di cultura.  Tale patrimonio non può essere solo relegato in una teca di cristallo da far ammirare a turisti in bermuda: esso può e deve divenire un modello pervasivo dell’intera società, dall’economia alla tecnologia, dal lavoro al senso di comunità.

Ma non ci accontentiamo. L’ambizione è anche quella di osare, esplorare dentro noi stessi, per capire maggiormente cosa ci muove e guardare in faccia, talvolta, anche ai nostri lati oscuri, fatti di egoismi, convenienze, invidie, per superarli o quantomeno tenerli a bada.

Perché davanti a noi abbiamo probabilmente la più grande sfida della nostra storia, quella di modificare l’intero sistema economico e sociale in chiave sostenibile e socialmente responsabile.

E allora non resta che far convergere le energie, generare fiducia, aprire alla collaborazione, sviluppare le potenzialità umane: scaricare tutta questa ‘potenza’ a terra in azioni concrete, che generino il cambiamento auspicato.

Non sarà cosa semplice ma ce la faremo!

Green Jobs Hub Morimondo

 

Opinioni eretiche sul Lavoro

Eretico

Qualche considerazione ‘eretica’ sul Lavoro, riflessioni che a mio avviso difficilmente si possono leggere altrove in quanto antipatiche.

Automazione, digitalizzazione, tecnologia stanno modificando rapidamente lo scenario economico (e quindi del lavoro) aumentando esponenzialmente l’efficienza produttiva, almeno a livello potenziale. Tutto questo dovrebbe cancellare molti posti di lavoro (generici o di basso profilo) a favore di pochi posti qualificati e di alta specializzazione, e aprire lo spazio di nuovi lavori che rispondono a nuovi bisogni e desideri della società.

In realtà sta accadendo, come si osserva nei paesi sviluppati negli ultimi anni (ma anche negli ultimi decenni), qualcosa di anomalo. I posti di lavoro rimangono stabili o addirittura crescono, mentre i settori che rispondono a nuovi bisogni (e in particolare penso ai contesti sociali, ambientali, artistici, umanistici, di coesione sociale) crescono con lentezza.

Quello che accade è che proliferano, si diffondono e crescono i lavori inutili o a ‘basso tasso di senso’ per la collettività, che in realtà sono solo forme mascherate di rendita di posizione o redistribuzione (iniqua) della ricchezza. A tal proposito suggerisco la lettura di Bullshit Jobs di David Graeber, illuminante quanto sfrontato.

L’esempio cardine è la burocrazia: la creazione ad arte di procedure complesse che servono solo a giustificare chi ci lavora. Tutto questo pervade in modo massiccio le pubbliche amministrazioni, ma anche le imprese private a partire dalle più grandi, dove è più semplice generare ad arte sacche di inefficienza; per poi declinare in caste, gruppi di potere e di appartenenza, ordini professionali ecc…

La società non appare guidata da un’intelligenza collettiva che opera per il bene comune ma da tante piccole intelligenze singole, che fanno ciascuna il proprio piccolo interesse e alla fine ci rimettono tutti in modo consistente.

E quindi prolifera l’idea che il lavoro sia un diritto, qualcosa che debba piovere dall’alto senza porsi la questione se esso abbia un senso. Il Lavoro è innanzitutto ‘ciò che c’è da fare‘, quindi un concetto elementare, intrinsecamente connaturato alla natura umana, fatta di bisogni e desideri individuali e collettivi. Dimenticandoci che si lavora per uno scopo, preferiamo l’esistenza di milioni di posti di lavoro burocratici e inutili a milioni di posti di lavoro dediti a risolvere i problemi del cambiamento climatico, la gestione dei rifiuti, la tutela dei più deboli, l’eliminazione della povertà, la creazione di bellezza attraverso l’arte, la poesia ecc… Per questo alcuni di noi hanno tanti soldi ma poco valore, e siamo quasi immobili di fronte alle grandi sfide che ci attendono. Senza dimenticare che vivere seguendo un senso, ci fa anche bene e aiuta, forse, ad essere felici.

Matteo Plevano

Inaugurazione Green Jobs Hub Morimondo

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Green Jobs Hub Morimondo apre le porte e si presenta alla Comunità. Nella splendida cornice del complesso dell’Abbazia di Morimondo (MI) inauguriamo il nostro spazio, primo acceleratore di ispirazione, epicentro di sostenibilità, catalizzatore di autenticità.

Proviamo a spiegarci meglio 🙂

GJH Morimondo è un grande esperimento sociale, una scommessa del tutto inedita (non esiste nulla di analogo). Ecco la nostra ricetta:

  1. Una Visione, che va nella direzione della sostenibilità e responsabilità sociale;
  2. Uno Strumento, il Lavoro, inteso come espressione dei propri valori, attitudini, potenzialità, emanazione della volontà umana verso la piena realizzazione di sé;
  3. Un Contesto, immerso nella bellezza, nella natura e nella storia;
  4. Un Aiutante (o facilitatore – Matteo), costantemente impegnato a rimuovere i blocchi che impediscono il movimento, che ostacolano il pieno raggiungimento dell’obiettivo, che limitano l’espressione di potenzialità individuali e collettive.
  5. Un Catalizzatore, l’Autenticità, che facilita la relazione, genera fiducia, e dalla contaminazione di saperi genera valore.

A chi ci rivolgiamo? A imprenditori in cerca di nuovi stimoli, manager in cerca di ispirazione, creativi in cerca di stupore, amanti della bellezza, liberi pensatori, innovatori in cerca di condivisione; chiunque sia interessato a generare impatto e cambiamento con il proprio lavoro.

Ti aspettiamo venerdì 31 maggio alle ore 18.30 presso la nostra sede in viale Roma 1 (edificio Porta del Pellegrino), Morimondo (MI).

GJHMorimondo evento 31maggio

Soldi, soldi, soldi!

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Soldi, soldi, soldi!

Anche la canzone vincitrice di Sanremo ha nel ritornello i soldi.

Viviamo un’epoca in cui i soldi rappresentano spesso una vera e propria ossessione, al punto da confondere mezzi e fini. Già, proprio perché i soldi sono un mezzo e non un fine. Se siamo nel bel mezzo del deserto possiamo avere in tasca tutte le banconote che vogliamo ma non servono a nulla, se non abbiamo acqua moriremo comunque di sete. I soldi sono nati per semplificarci la vita: qualche secolo fa scambiare 10 mucche per 100 polli iniziava a diventare difficile fisicamente, quindi abbiamo inventato i soldi. Tutto qui, un semplice mezzo, uno strumento di comodità, nulla più.

Purtroppo alcuni secoli dopo, come lo stolto che guarda il dito e non la luna, ci siamo talmente fissati sui soldi che abbiamo iniziato a pensare che potessero essere un fine. Ma non mi voglio fermare a questo ragionamento, proverò ad andare oltre. Perché, a mio avviso, molte delle storture del sistema economico attuale, sono dettate proprio da tale fraintendimento.

Chi è concentrato sui soldi tenderà ad un atteggiamento competitivo, chi è concentrato sui fini (bisogni e desideri) ad un atteggiamento collaborativo.

Mario pensa solo ai soldi, tutta la sua vita ruota attorno a questo mantra e cerca di rincorrerli in ogni modo. Se i soldi del mondo fossero 1000 fantalire cercherà di averne il più possibile (al netto di quanti ne stampano le banche centrali); ad esempio se arriverà a possederne 100, per tutti gli altri abitanti della terra ne rimarrebbero 900. E tutti gli altri farebbero lo stesso. Quindi si genererebbe una totale competizione a possedere più soldi. E quindi nelle scelte sul lavoro, in azienda e in generale tenderà ad ottimizzare il proprio interesse.

Luigi pensa ai fini: i suoi bisogni o desideri. Ad esempio sono mangiare cibo sano e buono, vestirsi in modo elegante e rispettoso dell’ambiente, vivere in una casa bella (e magari energeticamente efficiente). Se Luigi è focalizzato sui fini è interessato al fatto che l’agricoltore che coltiva il suo cibo possa farlo nel migliore dei modi; che l’industria tessile possa lavorare in qualità e rispettando l’ambiente il più possibile (che tra l’altro è la seconda più inquinante dopo il petrolio), è interessato al fatto che l’impresa che gli ristruttura casa sia fatta da persone preparate, competenti, in modo da realizzare un ottimo lavoro. Non gli interessa spendere più soldi, alla fine ne avrà certamente meno di Mario ma avrà soddisfatto i suoi bisogni e desideri. E allora non si tirerà certamente indietro dall’aiutare questo tipo di imprese e persone: perché hanno un fine comune. Il potere del fine comune è incredibile, catalizza le energie e fa collaborare gli esseri umani. Siamo fatti così, è la nostra natura, collaborativa. Se invece il fine ultimo di tutti noi sono i soldi, per definizione iniziamo a non collaborare, anzi a rubarceli l’un l’altro. Perché non capiamo più che la ricchezza vera sta nel valore delle cose, non nel numero di banconote.

Purtroppo oggi collaboriamo poco, potremmo fare molto ma molto di più, proprio perché viviamo in una società immersa in una logica che vede nei soldi un fine. Se pensassimo che i soldi sono un mezzo e non un fine probabilmente avremmo già risolto il problema del surriscaldamento climatico, dell’inquinamento, della povertà, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo ecc… proprio perché quando il fine diventa comune catalizza le energie collettive e si collabora. Tutto ciò fortunatamente sta accadendo, ma troppo lentamente.

Cosa si può fare? La prima cosa, molto semplice, che mi viene in mente è fare educazione nelle scuole, spiegando i semplici concetti di questo articolo, ossia che il denaro e il valore sono due cose diverse. In questo modo, gli studenti si porteranno dietro questo semplice concetto, e non rischieranno più di confondere fini e mezzi. Così come il Lavoro, che non è un fine ma un mezzo, ma qui apriamo un altro capitolo.

Matteo Plevano