Perché a Green Jobs Hub Morimondo vogliamo volare alto?

visionario

Innanzitutto perché è necessario. Per evolvere non ci si può accontentare della mediocrità o dello status quo, bisogna osare e tenere lo sguardo al cielo.

In secondo luogo perché l’Italia è la culla dell’Economia Civile, nata dal pensiero illuminista del ‘700 e che trova le proprie radici nell’umanesimo rinascimentale e in secoli di cultura.  Tale patrimonio non può essere solo relegato in una teca di cristallo da far ammirare a turisti in bermuda: esso può e deve divenire un modello pervasivo dell’intera società, dall’economia alla tecnologia, dal lavoro al senso di comunità.

Ma non ci accontentiamo. L’ambizione è anche quella di osare, esplorare dentro noi stessi, per capire maggiormente cosa ci muove e guardare in faccia, talvolta, anche ai nostri lati oscuri, fatti di egoismi, convenienze, invidie, per superarli o quantomeno tenerli a bada.

Perché davanti a noi abbiamo probabilmente la più grande sfida della nostra storia, quella di modificare l’intero sistema economico e sociale in chiave sostenibile e socialmente responsabile.

E allora non resta che far convergere le energie, generare fiducia, aprire alla collaborazione, sviluppare le potenzialità umane: scaricare tutta questa ‘potenza’ a terra in azioni concrete, che generino il cambiamento auspicato.

Non sarà cosa semplice ma ce la faremo!

Green Jobs Hub Morimondo

 

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Opinioni eretiche sul Lavoro

Eretico

Qualche considerazione ‘eretica’ sul Lavoro, riflessioni che a mio avviso difficilmente si possono leggere altrove in quanto antipatiche.

Automazione, digitalizzazione, tecnologia stanno modificando rapidamente lo scenario economico (e quindi del lavoro) aumentando esponenzialmente l’efficienza produttiva, almeno a livello potenziale. Tutto questo dovrebbe cancellare molti posti di lavoro (generici o di basso profilo) a favore di pochi posti qualificati e di alta specializzazione, e aprire lo spazio di nuovi lavori che rispondono a nuovi bisogni e desideri della società.

In realtà sta accadendo, come si osserva nei paesi sviluppati negli ultimi anni (ma anche negli ultimi decenni), qualcosa di anomalo. I posti di lavoro rimangono stabili o addirittura crescono, mentre i settori che rispondono a nuovi bisogni (e in particolare penso ai contesti sociali, ambientali, artistici, umanistici, di coesione sociale) crescono con lentezza.

Quello che accade è che proliferano, si diffondono e crescono i lavori inutili o a ‘basso tasso di senso’ per la collettività, che in realtà sono solo forme mascherate di rendita di posizione o redistribuzione (iniqua) della ricchezza. A tal proposito suggerisco la lettura di Bullshit Jobs di David Graeber, illuminante quanto sfrontato.

L’esempio cardine è la burocrazia: la creazione ad arte di procedure complesse che servono solo a giustificare chi ci lavora. Tutto questo pervade in modo massiccio le pubbliche amministrazioni, ma anche le imprese private a partire dalle più grandi, dove è più semplice generare ad arte sacche di inefficienza; per poi declinare in caste, gruppi di potere e di appartenenza, ordini professionali ecc…

La società non appare guidata da un’intelligenza collettiva che opera per il bene comune ma da tante piccole intelligenze singole, che fanno ciascuna il proprio piccolo interesse e alla fine ci rimettono tutti in modo consistente.

E quindi prolifera l’idea che il lavoro sia un diritto, qualcosa che debba piovere dall’alto senza porsi la questione se esso abbia un senso. Il Lavoro è innanzitutto ‘ciò che c’è da fare‘, quindi un concetto elementare, intrinsecamente connaturato alla natura umana, fatta di bisogni e desideri individuali e collettivi. Dimenticandoci che si lavora per uno scopo, preferiamo l’esistenza di milioni di posti di lavoro burocratici e inutili a milioni di posti di lavoro dediti a risolvere i problemi del cambiamento climatico, la gestione dei rifiuti, la tutela dei più deboli, l’eliminazione della povertà, la creazione di bellezza attraverso l’arte, la poesia ecc… Per questo alcuni di noi hanno tanti soldi ma poco valore, e siamo quasi immobili di fronte alle grandi sfide che ci attendono. Senza dimenticare che vivere seguendo un senso, ci fa anche bene e aiuta, forse, ad essere felici.

Matteo Plevano

Inaugurazione Green Jobs Hub Morimondo

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Green Jobs Hub Morimondo apre le porte e si presenta alla Comunità. Nella splendida cornice del complesso dell’Abbazia di Morimondo (MI) inauguriamo il nostro spazio, primo acceleratore di ispirazione, epicentro di sostenibilità, catalizzatore di autenticità.

Proviamo a spiegarci meglio 🙂

GJH Morimondo è un grande esperimento sociale, una scommessa del tutto inedita (non esiste nulla di analogo). Ecco la nostra ricetta:

  1. Una Visione, che va nella direzione della sostenibilità e responsabilità sociale;
  2. Uno Strumento, il Lavoro, inteso come espressione dei propri valori, attitudini, potenzialità, emanazione della volontà umana verso la piena realizzazione di sé;
  3. Un Contesto, immerso nella bellezza, nella natura e nella storia;
  4. Un Aiutante (o facilitatore – Matteo), costantemente impegnato a rimuovere i blocchi che impediscono il movimento, che ostacolano il pieno raggiungimento dell’obiettivo, che limitano l’espressione di potenzialità individuali e collettive.
  5. Un Catalizzatore, l’Autenticità, che facilita la relazione, genera fiducia, e dalla contaminazione di saperi genera valore.

A chi ci rivolgiamo? A imprenditori in cerca di nuovi stimoli, manager in cerca di ispirazione, creativi in cerca di stupore, amanti della bellezza, liberi pensatori, innovatori in cerca di condivisione; chiunque sia interessato a generare impatto e cambiamento con il proprio lavoro.

Ti aspettiamo venerdì 31 maggio alle ore 18.30 presso la nostra sede in viale Roma 1 (edificio Porta del Pellegrino), Morimondo (MI).

GJHMorimondo evento 31maggio

Soldi, soldi, soldi!

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Soldi, soldi, soldi!

Anche la canzone vincitrice di Sanremo ha nel ritornello i soldi.

Viviamo un’epoca in cui i soldi rappresentano spesso una vera e propria ossessione, al punto da confondere mezzi e fini. Già, proprio perché i soldi sono un mezzo e non un fine. Se siamo nel bel mezzo del deserto possiamo avere in tasca tutte le banconote che vogliamo ma non servono a nulla, se non abbiamo acqua moriremo comunque di sete. I soldi sono nati per semplificarci la vita: qualche secolo fa scambiare 10 mucche per 100 polli iniziava a diventare difficile fisicamente, quindi abbiamo inventato i soldi. Tutto qui, un semplice mezzo, uno strumento di comodità, nulla più.

Purtroppo alcuni secoli dopo, come lo stolto che guarda il dito e non la luna, ci siamo talmente fissati sui soldi che abbiamo iniziato a pensare che potessero essere un fine. Ma non mi voglio fermare a questo ragionamento, proverò ad andare oltre. Perché, a mio avviso, molte delle storture del sistema economico attuale, sono dettate proprio da tale fraintendimento.

Chi è concentrato sui soldi tenderà ad un atteggiamento competitivo, chi è concentrato sui fini (bisogni e desideri) ad un atteggiamento collaborativo.

Mario pensa solo ai soldi, tutta la sua vita ruota attorno a questo mantra e cerca di rincorrerli in ogni modo. Se i soldi del mondo fossero 1000 fantalire cercherà di averne il più possibile (al netto di quanti ne stampano le banche centrali); ad esempio se arriverà a possederne 100, per tutti gli altri abitanti della terra ne rimarrebbero 900. E tutti gli altri farebbero lo stesso. Quindi si genererebbe una totale competizione a possedere più soldi. E quindi nelle scelte sul lavoro, in azienda e in generale tenderà ad ottimizzare il proprio interesse.

Luigi pensa ai fini: i suoi bisogni o desideri. Ad esempio sono mangiare cibo sano e buono, vestirsi in modo elegante e rispettoso dell’ambiente, vivere in una casa bella (e magari energeticamente efficiente). Se Luigi è focalizzato sui fini è interessato al fatto che l’agricoltore che coltiva il suo cibo possa farlo nel migliore dei modi; che l’industria tessile possa lavorare in qualità e rispettando l’ambiente il più possibile (che tra l’altro è la seconda più inquinante dopo il petrolio), è interessato al fatto che l’impresa che gli ristruttura casa sia fatta da persone preparate, competenti, in modo da realizzare un ottimo lavoro. Non gli interessa spendere più soldi, alla fine ne avrà certamente meno di Mario ma avrà soddisfatto i suoi bisogni e desideri. E allora non si tirerà certamente indietro dall’aiutare questo tipo di imprese e persone: perché hanno un fine comune. Il potere del fine comune è incredibile, catalizza le energie e fa collaborare gli esseri umani. Siamo fatti così, è la nostra natura, collaborativa. Se invece il fine ultimo di tutti noi sono i soldi, per definizione iniziamo a non collaborare, anzi a rubarceli l’un l’altro. Perché non capiamo più che la ricchezza vera sta nel valore delle cose, non nel numero di banconote.

Purtroppo oggi collaboriamo poco, potremmo fare molto ma molto di più, proprio perché viviamo in una società immersa in una logica che vede nei soldi un fine. Se pensassimo che i soldi sono un mezzo e non un fine probabilmente avremmo già risolto il problema del surriscaldamento climatico, dell’inquinamento, della povertà, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo ecc… proprio perché quando il fine diventa comune catalizza le energie collettive e si collabora. Tutto ciò fortunatamente sta accadendo, ma troppo lentamente.

Cosa si può fare? La prima cosa, molto semplice, che mi viene in mente è fare educazione nelle scuole, spiegando i semplici concetti di questo articolo, ossia che il denaro e il valore sono due cose diverse. In questo modo, gli studenti si porteranno dietro questo semplice concetto, e non rischieranno più di confondere fini e mezzi. Così come il Lavoro, che non è un fine ma un mezzo, ma qui apriamo un altro capitolo.

Matteo Plevano

L’arca

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Un recente rapporto dell’IPCC, il più importante organismo internazionale che si occupa di cambiamento climatico, ci indica che abbiamo undici anni per invertire la rotta, ripensare l’intero sistema economico e sociale in chiave sostenibile. E forse non basta.

Ci troviamo in una situazione simile a quella di Noè che vede le nubi addensarsi all’orizzonte. Il tempo non è molto, ci serve una chiara visione di cosa fare, essere lucidi, rapidi e fortemente attenti alle priorità. Non possiamo costruire un’arca, perché l’abbiamo già sotto i piedi, la Terra, e purtroppo da soli la appesantiamo, la consumiamo, talvolta la sfregiamo senza ritegno, senza renderci conto che è ciò che ci tiene a galla.

La prima cosa che dobbiamo capire è che l’arca che ci può salvare è una sola, e quindi dobbiamo ragionare come una comunità globale. I confini, le razze e le culture non contano più nulla innanzi ad un preoccupante destino comune. Dobbiamo essere fratelli, che insieme si battono per la salvezza.

Poi dobbiamo capire cosa ci serve,  cosa è veramente importante per noi, perché in un’emergenza dobbiamo necessariamente rinunciare a qualcosa per un bene maggiore. E questo può essere una straordinaria opportunità per capire chi siamo, per togliere il superfluo, i pesi alle caviglie che ci trascinano sul fondo dell’oceano durante la tempesta. Forse solo così possiamo scoprire che tante cose materiali non fanno altro che darci illusioni, e che in realtà ci portano solo infelicità.

Infine dobbiamo riflettere su chi siamo come umanità, che non siamo padroni ma ospiti, che non possediamo le risorse ma ne siamo parte, che illudendoci di onnipotenza rischiamo di autodistruggerci.

E allora dobbiamo ripartire dall’educazione: insegnare ai giovani il valore della vita e la sua bellezza, il valore dell’impegno nel realizzare a pieno il mondo che vogliamo, il valore del talento per non sprecarlo, il valore del mistero per comprendere la nostra natura.

Dobbiamo riflettere sulle cose davvero importanti: ad esempio mettere al mondo un figlio non può essere affidato al caso, frutto di un istinto momentaneo, ma deve diventare frutto di una scelta consapevole; e allora è necessario ripartire da una sana educazione sentimentale, per insegnare il valore dell’amore e del rispetto della vita. Poi agevolare l’uso dei contraccettivi, in modo che siano fruibili a chiunque in modo gratuito. Buona parte dei problemi di povertà, malattie, sfaldamento sociale del sud del mondo (ma anche in buona parte del mondo sviluppato) è dovuto ad un approccio alla sessualità incontrollato e non consapevole. E poi dobbiamo pensare alle condizioni di vita di tutti, ripensare modelli di redistribuzione della ricchezza, di beni necessari diffusi a tutti, insegnando come generare valore e lavoro. E poi smetterla con il pensare che qualcuno vince a scapito di qualcuno che perde, a farci la lotta perdiamo tutti; collaborando possiamo vincere tutti, insieme. Se non ci fossero state le due guerre mondiali probabilmente saremmo già in grado di far fronte alla sfida del cambiamento climatico, ammazzarci come cani non ha fatto altro che rallentare di vari decenni uno sviluppo sociale diffuso.

A mio avviso la grande sfida che ci attende non sarà più solo rivolta ad un’innovazione tecnologica dal sapore esponenziale, ma una riscoperta umana, un ritorno alle basi, alla natura dell’uomo, alla meravigliosa essenza della nostra vita. E con l’uomo la società, le relazioni che determinano la vita comune.

Dobbiamo ragionare di insieme nella ricerca costante di equilibri, in cui il meglio non si trova nell’estremo, ma nel mezzo. Solo così, forse, potremo condurre l’arca in un luogo nuovo, migliore.

Matteo Plevano

Il futuro nasce dalla ricerca di senso

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Senza la ricerca di un significato siamo immobili, giochiamo in difesa nel preservare l’esistente illudendoci di non appassire giorno dopo giorno. Modelliamo la statua di cera di noi stessi: nel tentativo di creare un capolavoro ci ritroviamo un’opera bella, perfetta ma senza anima.

E allora ci circondiamo di oggetti, accessori, optional, che delineino bene il nostro status, anche se in fondo non ci interessano per davvero. Curiamo ossessivamente la nostra immagine, apparendo felici, belli, ricchi sui social.. perché la nostra intima essenza un po’ ci spaventa.

Nel lavoro può capitare di accettare compiti inutili, che non condividiamo o che a volte vanno contro i nostri valori. E in questo modo diventiamo giorno dopo giorno sempre più grigi e vuoti. Prediligiamo una mediocre sicurezza al fascino dell’imponderabile e alla meraviglia dello stupore.

Cosa ci manca per rendere il nostro lavoro denso di significato? Cosa ci manca per mettere a frutto i nostri talenti e il nostro potenziale?

La nostra risposta parte da una parola: ascolto

Qualcuno che ascolti le nostre paure, le nostre ansie e debolezze per superarle. Qualcuno che ci aiuti a delineare la rotta, unica e intima, che solo da noi può emergere.

Qualcuno che ci ascolti quando troviamo un ostacolo; spesso ci sembra insormontabile e desistiamo, ma basta una parola per cambiare le cose o lasciare il libero sfogo alle preoccupazioni perché svaniscano e si trasformino in determinazione e forza.

E poi ci serve un terreno fertile. Essere circondati da persone collaborative, che credono di farcela e si aiutano reciprocamente.

Se la visione di tali persone è comune si rema tutti nella stessa direzione e la velocità aumenta in modo esponenziale.

Infine abbiamo bisogno di bellezza, perché solo da essa possiamo generare qualcosa di bello per noi e per gli altri.

Bene. E’ solo un esperimento, ma stiamo provando a dare risposta a tutte queste domande. Si chiama Green Jobs Hub Morimondo, un acceleratore di ispirazione e la direzione si chiama sostenibilità.

Se hai la scintilla della passione negli occhi ti aspettiamo, le porte sono aperte.

 

 

Il buon orientamento

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L’orientamento è un’azione intelligente. Costa poco e produce enormi benefici, per le persone e per l’intera società.

Aiutare uno studente a capire i propri talenti o un adulto a cogliere le proprie potenzialità (e metterle in atto) è una straordinaria operazione di creazione di valore e efficientamento del sistema.

In primis perché se svolgiamo un lavoro coerente con le nostre attitudini e passioni, tendenzialmente saremo più felici; in secondo luogo perché se svolgiamo qualcosa che ci piace e che sappiamo fare bene siamo più produttivi, efficienti e la qualità del nostro lavoro aumenta.

La vera ricchezza non si misura in denaro, punti di pil, in numeri astratti su un monitor, ma in qualità della vita, in beni e servizi di qualità di cui possiamo usufruire. E tale qualità è il prodotto solo ed esclusivamente di un buon lavoro.

Un buon orientamento non fa altro che far incontrare le attitudini con le passioni, le potenzialità dell’individuo con le opportunità della società. E’ un’enorme operazione di efficienza energetica delle persone (a livello sociale) e aiuto nel perseguimento di felicità (a livello individuale).

E’ incredibile come sia fatto poco e male. A partire dalla scuola, per arrivare ai servizi per il lavoro, senza considerare i centri esclusivamente volti all’orientamento, che in Italia quasi non esistono più.

In base alla nostra esperienza l’orientamento necessita soprattutto di ascolto, elemento cardine del vivere comune che troppo spesso la società di oggi ha dimenticato.